Biomarkers per la previsione del rischio di Diabete gestazionale


L’ostetricia non ha mai considerato rilevante come adesso l’importanza di intercettare le donne che possano essere a rischio di sviluppare, se gravide, il diabete gestazionale (DG). La questione del peso corporeo, della buona alimentazione, dei fattori ereditari che possono predisporre al dismetabolismo è da sempre un costante interesse del ginecologo clinico che mira in qualche modo alla prevenzione ma anche a predisporre una strategia che permettano di identificare le donne a rischio di sviluppare un diabete durante la gravidanza.
Ben si sa che il diabete gestazionale è una complicanza relativamente frequente che colpisce dal 5 al 9% di tutte le gravidanze e che si porta spesso dietro frequenti complicanze a breve e lungo termine che colpiscono sia la madre come il neonato, tra cui un alto rischio di sviluppare un diabete e/o disturbi cardio vascolari nella madre e di diabete nel neonato.
Il gruppo di Bardon SE et al (1) ha recentemente studiato vari elementi prognostici che si correlano al rischio di DG e per la prima volta ha posto in relazione, contemporaneamente, più fattori col rischio di sviluppare un DG, un approccio che non era stato fatto fino ad adesso. Lo studio ha documentato che livelli di SHBG < 44.2 nM, glucosio >90 mg/dl, adiponectina < 7.2 µg/ml, HOMA index > 3.9 erano tutti indipendentemente associati al rischio di avere un DG. La combinazione di 2 o più di questi fattori si è rivelata essere un biomarker di rilievo nell’indicare un possibile rischio reale di sviluppare un DG. Dallo studio di Bardon è emerso in modo esplicito che anche solo avere la contemporanea presenza di SHBG e glicemia nella fascia di rischio determinava un rischio ancor più alto di probabilità di sviluppare un DG.
Lo studio, per quanto concettualmente semplice, pone le basi chiare di quanto sia clinicamente rilevante l’inquadrare le pazienti prima che queste diventino gravide! Di fatto sulla base di questo studio si può stimare uno score di rischio di sviluppare un DG sulla base dei bio-markers contemporaneamente presenti tra SHBG, glicemia, adiponectina e HOMA index, misurati anche fino a 7 anni prima della gravidanza.
L’osservazione più interessante di questo studio è quella per cui si definisce chiaro il fatto che le correzioni di stile di vita, alimentazione, attività fisica hanno un efficacia minima o relativa nella prevenzione del DG in quanto i processi che ne inducono la insorgenza al momento della gravidanza si attivano ben prima della gravidanza stessa, minando l’efficienza e la capacità funzionale di organi ed apparati essenziali per il buon decorso della gravidanza anche fin da 5-10 anni prima della gravidanza stessa.
Morale della favola: dobbiamo fare capire alle nostre signore in cerca di prole che la qualità della gravidanza e la qualità del prodotto del concepimento come pure della salute di madre e figlio dopo il parto dipendono dalla attenzione ai fattori induttivi di rischio non tanto durante la gravidanza ma nel corso degli anni precedenti la gravidanza stessa. Si torna quindi alla celebre frase che “..siamo quello che mangiamo”. Lo asseriva nell’ottocento il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach perché sosteneva che solo così un popolo può migliorarsi migliorando la propria alimentazione (2).
Evitare di alimentarsi male, porsi nella ottica di evitare sbalzi metabolici, in specie in chi ha fattori di rischio in famiglia (per esempio genitori/nonni diabetici, ipertesi) sono le attenzioni più semplici da associare ad una modica ma costante attività fisica. Di fatto può sembrare incredibile ma il senso di questa prevenzione è solo un blando modo di farci tornare alle nostre origini, quando da uomini Neandertaal oppure semplicemente Sapiens (precursori dei Sapiens Sapiens odierni) mangiavamo poco, certamente molti pochi carboidrati, pochi frutti e se mai solo di stagione (non c’era la Coop o la Conad con tutto disponibile) ma sicuramente facevano molte fasi di digiuno e di attività fisica per procurarci il cibo. Potreste non crederci ma è ormai dimostrato che digiuni periodici e diete che simulano il digiuno portano a esiti potenzialmente superiori a quelli della semplice restrizione calorica quotidiana, con assai meno effetti collaterali. Il digiuno prolungato, praticato in alternanza a periodi di normale alimentazione, sembra portare ad una “riprogrammazione” del metabolismo energetico con effetti benefici sulla salute e sulla longevità (3).
Potremmo provare, direte voi, certo… ma non è uno stile di vita per tutti ! si deve essere preparati a farlo sempre, proprio come stile di vita. Sgarrare spesso o farlo solo per un periodo breve o lungo che sia non aiuta del tutto ma più che altro si torna ad un punto essenziale… il controllo del peso e lo stile di vita non lo si fa solo con la bocca ma con la testa!

Alessandro Genazzani

Referenze

  1. Badon SE, Zhu Y, Sridhar SB, Xu F, Lee C, Ehrlich SF, Quesenberry CP, Hedderson MM. A Pre-Pregnancy Biomarker Risk Score Improves Prediction of Future Gestational Diabetes. J Endocr Soc. 2018 Sep 13;2(10):1158-1169. doi: 10.1210/js.2018-00200. Scarica il pdf
  2. Ludwig Feuerbach. Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia, 1862
  3. Michael Mosley and Mimi Spencer. The fast diet. The Secret of Intermittent Fasting – Lose Weight, Stay Healthy, Live Longer. Short Books Ltd.UK, 2015