Il clomifene citrato nel trattamento della infertilità in ambulatorio: dalla scelta della paziente allo schema di trattamento.

I l desiderio di maternità è una propensione naturale, che garantisce la continuità della specie; tuttavia l’impossibili – tà di realizzare questo istinto è stato sempre presente nella storia dell’uomo. A differenza della fertilità, che definisce la capacità di ogni essere vivente di riprodursi, la sterilità rappresenta il risultato di un ostacolo alla fecondazione. Questa viene distinta dall’infer – tilità, definita come la conseguenza di un difetto di annidamen – to o dello sviluppo dell’embrione, per cui la donna è incapace di proseguire la gravidanza sino ad un epoca di vitalità del feto[1]. Si parla infine di sub-fertilità quando entrambi i partner di una coppia infertile presentano minime alterazioni della fertilità, che presenti in uno solo dei due non comporterebbero con – seguenze riproduttive[2]. La specie umana presenta un basso indice di fecondità, poiché solo il 25% delle coppie che ha rap – porti regolari e non protetti ottiene una gravidanza nel corso del primo mese di tentativi. Soltanto una coppia su 5, quindi, tra quelle che attivamente ricercano una gravidanza, realizzerà il proprio desiderio. Circa il 90% delle coppie riesce ad ottenere una gravidanza nel corso del primo anno di rapporti liberi non protetti[3], pertanto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), definisce la sterilità come l’incapacità di una coppia di concepire, dopo 12 mesi di rapporti non protetti avvenuti in fase ovulatoria. L’OMS ha stimato che nel mondo, circa il 10% delle coppie è affetto dal “problema dell’infertilità”[4] ; perciò questo non è solo un fenomeno molto esteso, ma rappresenta a pieno titolo una realtà patologica, un problema di interesse medico-sociale importantissimo. I dati relativi all’incidenza e alle principali cause di sterilità sono simili a livello mondiale.